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Nota sull’ipotesi di teleriscaldamento nel Comune di Asti a cura del Presidente Provinciale di mestiere di Confartigianato Asti FABIO BOSTICCO

Ancora una volta l’Amministrazione Comunale perde l’occasione di dimostrarsi coraggiosa e andare controcorrente, e si accoda sul sentiero percorso da coloro che si fanno incantare dalle sirene del “teleriscaldamento”, inteso quale panacea di tutti i nostri mali, in senso energetico ed ambientale. Ecco pertanto i soliti proclami accattivanti – spot elettorali – strombazzati sui mass-media: drastica diminuzione dell’inquinamento dell’aria grazie al distacco di molteplici caldaie Condominiali e di impianti autonomi, interessanti risparmi economici garantiti agli utenti da tariffe dell’energia miracolosamente ridotte e da manutenzioni agli impianti non più necessarie e – non ultimo per importanza – positive ricadute sul territorio in termini occupazionali per la manodopera locale  (senza tener conto che toglierebbero il lavoro a decine di imprese artigiane del territorio). Vantaggi talmente evidenti, da porre in secondo piano gli inevitabili disguidi e costi sociali che dovranno essere sopportati dalla cittadinanza a causa dei lavori di scavo ed interro delle linee di distribuzione del fluido termovettore (acqua calda o surriscaldata) che dovranno attraversare la città per poter raggiungere il massimo numero di edifici che volessero allacciarsi alla rete.

Peccato che tutto ciò – a fronte dei suddetti disagi che sono comunque inevitabili – non necessariamente si possa realizzare con altrettanta facilità. Ed il motivo non è da ricercarsi di per sé nella tecnologia del teleriscaldamento, che non ha nulla di sensazionale né di drammatico: significa “riscaldare a distanza”, ossia produrre calore in una grossa centrale termica, per es. a servizio di un intero quartiere, e distribuirlo con grossi gruppi di pompaggio attraverso tubazioni pre-isolate interrate sotto il manto stradale, ai vari edifici condominiali o comunali, i cui impianti di riscaldamento verrebbero allacciati alla rete stessa a mezzo di scambiatori di calore, che sostituirebbero di fatto i generatori di calore (caldaie). Anzi, purché abbinato ad una reale cogenerazione (produzione combinata di energia elettrica e termica), potrebbe anche avere un senso dal punto di vista energetico ( ma solo in questo caso e utilizzando inoltre  combustibili diversi  dal metano o dal gasolio)!

Tale pratica nacque in Europa Centrale nel dopoguerra, e si sviluppò nei decenni successivi, per poi essere abbandonata nelle nuove realizzazioni: ora da quelle parti puntano sulla micro-cogenerazione nei singoli edifici e sulla coibentazione dei medesimi!

Piuttosto è un problema di situazioni contingenti. E per spiegarci, citiamo il caso della vicina Alba: all’inizio degli anni ’80 si trattava di metanizzare la città, e di rinnovare il parco delle centrali condominiali funzionanti a nafta o a gasolio, sicuramente molto più inquinanti delle caldaie a metano. Al contempo occorreva risolvere il problema della fornitura di calore e vapore al locale Ospedale, per la cui centrale termica esistevano vincolanti problemi di messa a norma. Qualcuno ebbe la felice intuizione di teleriscaldarlo, e di estendere man mano il servizio al resto della città, al posto delle forniture di gas metano. Ecco realizzato l’obiettivo di concentrare la produzione di calore in un unico sito controllato e vigilato costantemente, abbattendo (probabilmente) l’inquinamento rispetto alle numerose caldaie a combustibile liquido sparse sul territorio, e realizzando la rete di distribuzione dell’acqua calda con opere di scavo che tanto si era comunque disposti a fare per la metanizzazione. Ma oggi la città di Asti non si trova affatto in questa condizione: a partire dagli anni ’80 è stata operata la metanizzazione del territorio, ormai giunta a saturazione, e a decorrere dalla fine degli anni ’90 le caldaie condominiali sono state progressivamente sostituite con generatori ad alta efficienza, tipicamente a condensazione, con economia di funzionamento ed effetti inquinanti nemmeno paragonabili a quelle convenzionali. Ormai il 70% dei generatori funzionanti in città ha queste caratteristiche, e questo deve essere un vanto per Asti, che una volta tanto si trova in cima e non in fondo alle classifiche di vivibilità.
Pertanto il rischio che si correrebbe con la centrale di teleriscaldamento sarebbe quello di inquinare di più, in modo concentrato! E veniamo alle tariffe. Anche da questo punto di vista la nostra città si colloca sfavorevolmente (e ciò non è un fatto negativo) nei confronti del teleriscaldamento: in tutti quei casi, e sono la maggioranza, di impianti di riscaldamento già dotati di caldaie a condensazione (s’intende ben gestite) i costi di produzione del calore dalla combustione di gas metano sono già estremamente ottimizzati. E’ quindi ben difficile che il gestore della rete, che brucia a sua volta gas metano, ancorché goda di benefici fiscali (il metano consumato per cogenerare calore ed elettricità sarebbe in parte defiscalizzato, e potrebbe vendere il calore applicando un aliquota IVA agevolata – finché lo Stato glielo consente), riesca ad offrire il calore a tariffe particolarmente allettanti. Infatti, quasi certamente dovrà applicare una tariffa binomia, richiedendo una quota fissa annuale per poter ammortizzare le ingenti opere che andrà a realizzare con investimenti milionari a lungo termine – la cosiddetta quota per potenza impegnata – che andrebbe inutilmente a sommarsi alla quota energetica. Un vantaggio potrebbe sussistere (ma occorre comunque fare i conti!) solo per quegli stabili che necessitassero di ingenti investimenti per il rifacimento della centrale termica, e che potrebbero evitare di riqualificarla allacciandosi alla rete, anche se persisterebbe il rischio di legarsi “mani e piedi” ad un nuovo monopolista “de facto”: il gestore del teleriscaldamento.

In definitiva il timore, purtroppo più che fondato (basta sentire anche “l’altra campana”, informandosi su cosa sta accadendo in altre città: Torino, Rimini, Racconigi….) è che il teleriscaldamento sia un business, ma tanto per cambiare solo per i gestori, e non per gli utenti. Il coraggio, da parte di Amministratori Comunali accorti e lungimiranti, potrebbe al contrario manifestarsi inaspettatamente, tappandosi le orecchie e accettando l’unica vera sfida in grado di segnare radicalmente il futuro della nostra economia, con pesanti ricadute positive sulla collettività: quella del vero risparmio energetico, la cosiddetta “settima fonte energetica”. Perché non investiamo nella coibentazione degli involucri degli edifici? A partire da quelli più energivori. Abbatteremmo almeno del 20:30% i consumi, e quindi di conseguenza l’inquinamento, creeremmo occupazione, non paralizzeremmo la città con inutili cantieri a cielo aperto! Ma ci rendiamo conto: servirebbe molto, ma molto coraggio!